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CORSIVO
Clima, politica, informazione
Graziella Priulla*
Lo stravolgimento delle condizioni climatiche del pianeta deve essere
in cima alle nostre preoccupazioni, sostengono i leader dell’economia
e della politica ad ogni vertice, l’Organizzazione meteorologica
ad ogni conferenza; e in ogni occasione possibile, in un profluvio di
libri verdi o bianchi, i centri di ricerca specializzati e le organizzazioni
che si prendono cura dell’ambiente. Bisogna intervenire con rimedi
urgenti, si dice. Modificare l’intero modello energetico nostro
e l’intero progetto dei paesi in via di sviluppo. Costruire una
politica comune a livello mondiale.
Un dato certo è che la temperatura media sulla superficie della
Terra è aumentata di 0,3/0,6 gradi centigradi dal 1980 al 2000.
L’IPCC prevede che, a seconda del livello di aumento dell’effetto
serra, entro il 2100 possa salire anche di 5,8 gradi. La soglia dei 2
gradi è indicata come la massima entro la quale la vita del pianeta
può subire scossoni, ma non sconvolgimenti radicali. Il mondo sarebbe
del tutto irriconoscibile già con 4 gradi in più, e non
è detto che i cambiamenti saranno graduali.
In Europa le temperature sono salite in media di 0,95 gradi centigradi
negli ultimi cento anni, ma tutti gli anni più caldi a partire
dal 1860 si sono presentati dopo il 1990, e vi è inclusa ogni annata
a partire dal 1997.
C’è chi afferma che le fluttuazioni sono naturali e cicliche,
dovute soprattutto alla variabilità dell’attività
del Sole, e addirittura definisce le preoccupazioni per l’effetto
serra “lo scherzo del secolo”(K.Watts, Università della
California); c’è chi sostiene che a impazzire non è
il tempo, ma gli uomini, e lancia allarmi per la sopravvivenza dell’umanità,
leggendo nei dati attuali le indicazioni di una dinamica senza precedenti,
causata da scelte industriali miopi e da abitudini di vita sconsiderate.
C’è anche chi trae dalla consapevolezza che gli scienziati
non sono tutti d’accordo la rassicurante conclusione che il problema
non c’è; chi incoraggia un approccio del tipo “staremo
a vedere”.
“Il pianeta è malato”. “Caporetto della terra”,
“Battaglia per la terra, il clima è in pericolo” sono
i titoli e i toni de “la Repubblica”. Per contro su “Il
Giornale” si legge “Ecco perché l’effetto serra
è solo una grossa bufala”. In Italia nemmeno il clima è
bipartisan: d’altronde ben pochi cittadini sanno che cosa sia l’IPCC.
Abbiamo un ottimo Centro euromediterraneo per i cambiamenti climatici:
chi lo conosce, chi lo ascolta? Il Protocollo di Kyoto è considerato
poco più che una seccatura.
Nel resto d’Europa invece la sensibilizzazione si pratica da anni,
nelle scuole e in tv. La consapevolezza è diffusa: “bisogna
avere il coraggio di dire ai nostri concittadini che l’accelerazione
del riscaldamento del clima è diventata un dato strutturale dell’evoluzione
del nostro pianeta. E’ incontestabilmente la sfida più grande
cui l’umanità deve far fronte per garantirsi la sopravvivenza”
scrivevano su “Le Monde” il 25 giugno 2004, in prima pagina,
i responsabili per l’ambiente del governo francese.
Il Rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente 2004
concludeva: “per i prossimi secoli la società si dovrà
adattare alle conseguenze dell’inevitabile mutazione climatica,
prendendo misure per limitarne i danni”.
Secoli: l’inerzia imposta da un sistema enorme come quello
climatico globale ha bisogno di grandi intervalli temporali per modificarsi.
Sono tempi così diversi da quelli della politica dell’immagine
e dei sondaggi, tutti appiattiti sull’oggi!
I governi sono posti di fronte a scelte sempre più difficili. Il
ragionamento sul clima potrebbe diventare una riflessione sulla democrazia.
Le trasformazioni nello stile di vita degli occidentali che sarebbero
richieste per affrontare i cambiamenti climatici e possibilmente impedirli
(o almeno limitarli) sono così profonde e toccano interessi così
consolidati che nessuno è disposto a impegnarsi sul serio. Di conseguenza,
una stampa subalterna alla politica non riesce a prestarvi un’attenzione
così profonda e così continua da mettere il tema in evidenza
nell’agenda di tutti. Non è minimamente paragonabile - ad
esempio - all’intensità con cui segue il terrorismo: eppure
tra gli “apocalittici ambientali” andrebbe inserito addirittura
il Pentagono, che nell’ottobre del 2003 consegnò al presidente
Bush un’analisi dal titolo “Cambiamenti climatici radicali
e implicazioni per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.
Il documento - subito segretato dal governo sostenitore delle industrie
dell’energia e del petrolio - reclamava, con il tono ruvido e concreto
dei militari, misure radicali per ovviare a una “catastrofe di proporzioni
immani”, che in un futuro non lontano potrebbe “minacciare
la sicurezza degli Stati Uniti e dell’Europa e costituisce una minaccia
alla sicurezza ben più grave e duratura di Al Quaeda”, poiché
tra l’altro “non sappiamo con sicurezza nemmeno a che punto
del processo ci troviamo”, e “non abbiamo alcun controllo
del pericolo”.
Il Pentagono non è una fonte da niente, eppure la notizia comparve
per un giorno sui nostri giornali, dopo di che si inabissò. La
riprese un reportage pubblicato nello stesso mese dal britannico Guardian,
a firma di Matthew Engel: “Al Qaeda non deve preoccuparsi: l’America
si sta distruggendo da sola, ignorando il suo nemico potenzialmente più
pericoloso, la possibile vendetta di una natura maltrattata, che probabilmente
arriverà su più fronti”.
* Università degli Studi di Catania
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