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EDITORIALE
Come sempre (?) le foglie cadono d'autunno
Alessandra Cazzola*
e Laura Ferrari*
Al di là delle battute scherzose o delle frasi fatte, sembra davvero
sempre più evidente come il nostro clima stia cambiando e come
contestualmente (e di conseguenza, purtroppo) stiano cambiando i nostri
paesaggi.
Ci hanno appena spiegato, ad esempio, che stanno scomparendo i colori
dell’autunno, che il caleidoscopio di marroni, rossi, beige, gialli,
aranci dei boschi settembrini si è appannato a causa della sempre
più debole escursione termica.
Pian piano si sta perdendo la stagione autunnale e si sta passando dall’estate
direttamente all’inverno senza soluzione di continuità.
"Il mio bisnonno disse a mio padre: ragazzo, un giorno l'Alaska
diverrà Hawaii e le Hawaii diverranno Alaska. Il mondo si rovescerà,
il freddo diventerà caldo e il caldo diventerà freddo. Il
vecchio sapeva quello che diceva, perché così raccontavano
i suoi antenati da generazioni. Ma mai avrebbe pensato che sarebbe toccato
a suo pronipote vedere una cosa simile. Invece è successo. Sta
succedendo. Ora, qui, davanti ai miei occhi"…. Lo scriveva
- citando la storia di un pescatore dell’Alaska - Paolo Rumiz su
“La Repubblica” poco tempo fa, illustrando un suo viaggio
tra i ghiacci del Polo che si stanno sciogliendo.
Ma non sono solo i ghiacci del Polo a sciogliersi. Anche i ghiacciai delle
nostre Alpi hanno subito l’accelerazione di questo processo e così,
con la speranza di limitare i danni prodotti dal riscaldamento globale,
abbiamo persino provato ad ‘impacchettarli’. Non ci è
dato sapere se l’esperimento è riuscito, ne abbiamo perse
le tracce. Ma, in fondo, non è questo che vogliamo mettere in evidenza.
E poi se anche il tentativo non avesse condotto agli esiti sperati, potremmo
sempre leggerlo come una di quelle performance site-specific
che vanno tanto di moda.
Il paesaggio cambia, muta, si trasforma… è nell’ordine
delle cose, ma mai come in questi ultimi decenni i cambiamenti dei paesaggi
sono dipesi dalle profonde mutazioni climatiche che il nostro pianeta
sta subendo.
I cambiamenti presentano diverse facce, non sempre e non tutte per forza
negative (almeno forse in apparenza).
Nel Vermont, in Canada, il rosso degli aceri - simboli del paese stesso
come dimostra la foglia che troneggia al centro della bandiera nazionale
- non è più così vivido e acceso come una volta e
sembra sfumato, pigro, quasi malato. I boschi canadesi, così come
quelli americani e sino ad arrivare alle nostre realtà alpine ed
appenniniche, sono oggi meno affascinanti di un tempo e i turisti cercano
sempre meno queste mete nel loro peregrinare in giro per il mondo.
Ma non sempre il cambiamento dei colori ha risvolti negativi. Nelle vigne
delle Langhe, ad esempio, la scarsa escursione termica tra giorno e notte
ha dato origine a nuovi paesaggi caratterizzati da vigne coloratissime,
laddove ci si era abituati a colori autunnali meno vivi e più monotòni.
Certo, l’immagine come la percezione del paesaggio delle Langhe
si è fatta più attraente ma quali sono le reali conseguenze
di tutto ciò?
Solo pochi anni fa,
con l'attenzione dell'ONU e l'avvio di una negoziazione internazionale,
il mondo si è accorto che i cambiamenti climatici sono un problema
globale. Eppure da allora, se la conoscenza scientifica del problema è
aumentata e ha fatto passi avanti, non altrettanto può dirsi per
la nostra attenzione o coscienza quotidiana.
Siamo sì consapevoli - perché continuamente ce lo ricordano
i giornali come dice Graziella Priulla nel suo corsivo - che le risorse
ambientali a nostra disposizione sono vulnerabili e in rapida diminuzione
(ogni anno cominciamo ad intaccare la biocapacità del pianeta prima
di quanto non si faceva fino a 15 anni fa: non più a dicembre come
nel 1995, ma ai primi di settembre come quest’anno), ma non siamo
ancora in grado di acquisire un modello di vita sostenibile, nonostante
questa parola sia ormai un po’ come il prezzemolo… sta dappertutto!
Certo ci suggeriscono di “pitturare le città di bianco per
raffreddare il mondo” e salvarlo dai disastri del cambiamento climatico
(La Repubblica, 17 settembre 2008). Possiamo essere fiduciosi perché
la ricerca scientifica ha scoperto “la pianta a prova di deserto”
(Arabidopsis thaliana), e già lavora al passo successivo:
il pomodoro del deserto (Corriere della Sera, 26 settembre 2008).
Innumerevoli sono le proposte (o le ricette curative) che derivano da
ricerche più o meno scientifiche ma nonostante tutto non sembriamo
prenderle sul serio e andiamo avanti, tanto le conseguenze più
radicali non riguardano il nostro immediato e allora perché preoccuparci
tanto?
“A qualcuno piace caldo” titola il suo libro Stefano Caserini,
autore dell’opinione dedicata al tema di questa newsletter. E in
effetti, nonostante le ricerche mettano in evidenza la portata e la rapidità
dei cambiamenti, “le nostre città – e le nostre teste
– sono poco portate a cambiare”.
Eppure dovremmo cominciare davvero ad agire perché la nostra consapevolezza
nasce dalle emergenze che ciclicamente accadono: in estate la siccità,
in inverno lo straripamento dei fiumi, spesso e volentieri i tifoni, i
tornado, le alluvioni che spazzano via interi paesi e migliaia di vite.
A consapevolezza però non equivale attenzione… perché
abbiamo la memoria corta o perché siamo entrati in un circolo virtuoso
dal quale non siamo più in grado di uscire?
Un circolo virtuoso di cui forse non ci rendiamo neanche conto. Perché
se nell’immediato possiamo stupirci o preoccuparci del cambiamento
di questo o quel paesaggio, in un futuro neanche troppo lontano ci dovremo
preoccupare di che sopravvivere in un paese che ha fatto del “bel
paesaggio” un cavallo di battaglia per l’economia.
Per concludere, è proprio di questi giorni la pubblicazione del
rapporto “Impacts of Europe’s changing climate”, elaborato
da studiosi della Commissione Europea, dell’Agenzia Europea per
l’Ambiente e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Ancora una volta ci dicono che non c'è da stare tranquilli: i cambiamenti
potranno essere in parte affrontati con le cosiddette "misure di
adattamento" ma l’impatto economico non sarà irrilevante
e di questi tempi "piove sul bagnato".
* Dottore di Ricerca in Progettazione Paesistica / Università
degli Studi di Firenze
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