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OPINIONE
Cambiamenti climatici e paesaggio
Stefano Caserini*
Come e quanto i cambiamenti climatici
potranno modificare il nostro paesaggio ?
È una domanda di grande attualità, visto che la questione
climatica si è imposta negli ultimi anni come la principale questione
ambientale, che più mette in discussione la continuazione dell’attuale
modello di sviluppo, basato sullo spreco delle risorse non rinnovabili
del pianeta.
Per molti anni numerose sono state le voci che hanno negato un fondamento
alle preoccupazioni per i pericoli dei cambiamenti climatici (una rassegna
è disponibile in Caserini, 2008, A qualcuno piace caldo. Errori
e leggende sul clima che cambia. Edizioni Ambiente). Oggi la stragrande
maggioranza della comunità scientifica ritiene elevata la probabilità
che nei prossimi decenni il pianeta dovrà fronteggiare cambiamenti
climatici, originati dalle attività umane, molto pericolosi per
le persone e gli ecosistemi che abitano il pianeta. Senza interventi seri
e rapidi sul modo di produrre e consumare energia, di abitare, di spostarsi,
ci saranno danni di cui non è ancora possibile valutare interamente
la portata. Nel 2007 la mole di osservazioni e le proiezioni del Quarto
Rapporto di Valutazione dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate
Change), l’organismo scientifico ONU sui cambiamenti climatici,
premio Nobel per la Pace 2007 (www.ipcc.ch),
che ha passato in rassegna e riassunto in modo accurato la vastissima
letteratura scientifica sull’argomento, ha reso ancora più
chiaro che il pianeta dovrà affrontare nei prossimi decenni e secoli
un riscaldamento globale.
Già negli ultimi decenni il pianeta si è scaldato. È
più calda l’atmosfera e sono più caldi i mari e gli
oceani. I dati sono ormai tanti, precisi e congruenti, per quanto possano
esserlo misure di temperature su un intero pianeta. Il riscaldamento non
è uniforme: si scaldano più i poli delle zone equatoriali,
più l’atmosfera sopra le terre emerse che quella sopra i
mari.
La realtà del riscaldamento globale è ormai evidente e sempre
meno oggi viene messa in discussione, mentre maggiori margini di incertezza
ci sono sulla gravità dei possibili impatti derivanti dal riscaldamento
futuro, sulle conseguenze a scala globale del surriscaldamento del pianeta:
incertezza inevitabile per valutazioni di tale complessità e riguardanti
il futuro.
Innanzitutto, l’entità del riscaldamento futuro dipenderà
da quanto gli essere umani riusciranno, nei prossimi decenni, a controllare
le loro emissioni. Impegni decisi e immediati potrebbero permettere di
limitare il riscaldamento a meno di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali.
Se non si facesse nulla, con alta probabilità a fine secolo le
temperature medie del pianeta potrebbero essere più elevate di
5-6 °C, con conseguenze devastanti per la vita di miliardi di persone,
per gli ecosistemi e per il paesaggio.
La storia dell’uomo è da sempre una storia di modifica del
territorio, ma questa modifica non avrebbe paragoni col passato per la
sua rapidità, la sua entità e la sua vastità.
La drastica riduzione dei ghiacci cambierebbe il volto delle Alpi, l’agricoltura
e il turismo potrebbero subire impatti rilevanti; nel Sud Italia, la diminuzione
delle precipitazioni unita all’aumento delle temperature metterebbe
molte zone a rischio desertificazione.
Alcuni cambiamenti sono già visibili; sono piccoli, se paragonati
a quanto potrebbe succedere. Ad esempio il paesaggio estivo dell’artico
è già cambiato. Il ghiaccio marino artico ha già
subito una diminuzione evidente e impressionante: dai 7-9 milioni di km
quadrati della fine degli anni '70 si è passati ai 6-7 degli anni
'90 e ai 5,3 dell’estate 2005 e ai 4,5 dell’estate 2008. si
tratta di una riduzione sensazionale, al di là di tutte le previsioni,
anche di quelle dell’IPCC, spesso accusate di essere pessimiste.
Per il futuro, la maggior parte degli studi scientifici considera ormai
inevitabile la scomparsa del ghiaccio marino artico durante la stagione
estiva. Si discute se ci vorranno 20, 40 o 60 anni, se la diminuzione
sarà regolare o avrà dei bruschi “scalini”,
ma le probabilità che nelle estati di fine secolo ci siano masse
ghiacciate nell’Artico sembrano poche.
Sulla base dei dati scientifici sarebbe quindi facile descrivere un quadro
terrificante di quanto rilevanti potrebbero essere gli impatti sul paesaggio
dei cambiamenti climatici, e dell’importanza di rapidi cambiamenti
nel sistemi energetici in grado di ridurre le emissioni climalteranti.
L’incertezza presente consiglierebbe comunque di agire, se non altro
in base ad un principio di precauzione: indipendentemente del fatto che
i danni potrebbero essere pesanti o più limitati, aspettare ad
agire potrebbe essere pericoloso e non conveniente.
Lo scarso appeal
di queste argomentazioni è dovuto al fatto che i danni, va riconosciuto,
sono per lo più spostati nel tempo, nel futuro. Non riguardano
l’immediato. Un argomento valido allora è che molte delle
azioni necessarie per mitigare i cambiamenti climatici sono azioni che
già aiutano il paesaggio, qui ed ora.
Un solo esempio: cercare di ridurre le emissioni da trasporti stradali,
il settore in cui le emissioni di gas serra crescono più rapidamente,
porterebbe a mettere in discussione una politica urbanistica e territoriale
che incentiva il trasporto motorizzato individuale e favorisce il consumo
di suolo, la dispersione dell’edificato civile ed industriale, la
distruzione del paesaggio; porterebbe invece ad una pianificazione effettiva
del territorio, che adegui la crescita della città alla disponibilità
di infrastrutture per il trasporto collettivo o non motorizzato, caratterizzato
da minori emissioni di gas serra.
Insomma, i cambiamenti climatici possono avere effetti devastanti sul
paesaggio; ma per difendere il paesaggio la crisi climatica potrebbe anche
tornare utile.
* Politecnico di Milano
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