Il 22 settembre scorso, alla libreria Feltrinelli International di Firenze, insieme ai professori Michele Ciliberto e Francesco Margiotta Broglio, ho presentato il libro di Alessandra Tarquini Il Gentile dei fascisti. Gentiliani e antigentiliani nel regime fascista pubblicato da qualche mese dall’editore Il Mulino. La dottoressa Tarquini è stata assegnista di ricerca presso questo dipartimento e il risultato del suo lavoro in qualche misura è anche legato all’esperienza avuta nel Dipartimento di Studi politici. Per questo motivo mi ha fatto molto piacere presentare il suo lavoro e mi sembra opportuno darne notizia, riportando alcuni passa della mia presentazione.
Oggi parliamo di un libro importante e non è solo l’aver seguito l’evolversi del lavoro che mi fa esprimere questo giudizio, ma la convinzione che questa ricerca metta molti “ puntini sulle i” su temi che interessano il fascismo. D’ora in avanti chi vorrà occuparsi della cultura durante il fascismo dovrà fare i conti con questo lavoro, con il materiale presentato e soprattutto con l’interpretazione che la Tarquini, sulla base della documentazione analizzata, propone. Sono diverse le prese di posizione che emergono dalla ricerca, tutte espresse con maturità di giudizio e tutte basate su un ampio ventaglio di fonti: dalla sottolineatura del fascismo di Giovanni Gentile, che credeva nell’affermazione di un suo progetto politico, alla specificità del fascismo come regime totalitario e soprattutto alla sottolineatura dell’esistenza di una cultura fascista.
A questo proposito, per fare solo un esempio, mi sembra importante sottolineare come, rifiutando per le posizioni antigentiliane dei giovani fascisti, le categorie di “destra” o di “sinistra “, esposte nelle riviste giovanili come “Il Saggiatore”, “La Sapienza”, “L’Universale”, la Tarquini affermi decisamente che non di destra o sinistra si trattasse, ma di progetti interni al regime, progetti, scrive, che “non misero mai in discussione la comune appartenenza alla stato fascista, il comune aderire ai suoi valori, ai suoi miti, alle sue battaglie”. E con questa presa di posizione l’autrice prende giustamente le distanze dalla tendenza di alcuni storici a “distinguere” all’interno del fascismo tra “diversi” fascismi, il che rischia di far perdere la specificità del regime.
Il libro non è un lavoro su Giovanni Gentile e la sua filosofia, ma una densa ricostruzione delle diverse posizioni emerse negli anni del regime rispetto sia alla figura sia al pensiero del filosofo neoidealista; i temi sui quali ci si confronta, avendo come riferimento più o meno polemico il pensiero neoidealista, sono tutti riconducibili a nodi fondamentali: la costruzione dello stato totalitario, il rapporto tra cultura e politica, tra filosofia e prassi, tra educazione e formazione dell’”italiano” o del “fascista”, la tematica stato/nazione/partito, il rapporto tra fascismo, storia d’Italia e risorgimento. La ricerca affronta però anche altre questioni basilari come la collocazione del fascismo rispetto alla modernità, le ascendenze ideologiche post e preilluministe, la necessità o meno per il fascismo di avere una sua ideologia rispetto alla rivoluzione in corso, tutti temi, e il libro lo dimostra ampiamente, che impegnarono non solo gli intellettuali ma anche i giovani cresciuti nel fascismo.
Rispetto a tutti questi aspetti bisogna sottolineare subito che pur toccando argomenti molto complessi, neoidealismo, tomismo, spiritualismo, l’esposizione è molto chiara tanto che ritengo che il libro non si debba rivolgere solo agli esperti o ai filosofi.
Giovanni Gentile, fascista, ebbe dunque molti avversari durante il regime: esponenti del fascismo intransigente, intellettuali, filosofi, con cambi di posizione rispetto alla sua filosofia anche clamorosi come nel caso di Ugo Spirito, che dal suo gentilianesimo iniziale, negli anni trenta attaccò violentemente il filosofo; ebbe nemici anche tra i membri del governo, ministri dell’Istruzione e poi dell’’Educazione nazionale, da Pietro Fedele a Cesare Maria De Vecchi che gradualmente modificarono, anche per intervento di Mussolini, la sua riforma della scuola varata nel 1923; ma ebbe contro, con una acredine crescente, soprattutto le strutture del Pnf, sin dalla segreteria di Roberto Farinacci per raggiungere il culmine negli anni trenta con Achille Starace.
Il libro ha una duplice taglio, tematico e cronologico; dal punto di vista tematico, la Tarquini dopo la descrizione dell’attività di Gentile al ministero dell’Istruzione e la sottolineatura del forte senso da lui dato alla riforma della scuola, ricostruisce via via la posizione antigentiliana dei fascisti intransigenti, dei cattolici, da quella di Agostino Gemelli a quella dei gesuiti e delle riviste come “Frontespizio” e “Tempi Moderni”; l’autrice passa poi ad analizzare gli attacchi a Gentile portati avanti dai giovani e il dibattito scaturito nei congressi di filosofia ; la Tarquini dedica poi pagine interessanti ai teorici del fascismo, per ognuno dei quali fornisce dei profili rigorosi sistematizzando una bibliografia sterminata.
Questo taglio tematico è naturalmente legato alle vicende degli anni venti e trenta, dall’affermazione del fascismo alla costruzione del regime. Gli anni trattati nel libro, dal 1922 al 1944, hanno infatti delle scansioni importanti per quanto riguarda il rapporto tra il filosofo e la cultura fascista: basti accennare al delitto Matteotti, alla Conciliazione, alla segreteria Starace e all’accelerazione del dibattito sulla natura del partito rispetto allo stato.
Già dalla metà degli anni venti il Gentile ministro, membro della Commissione dei Quindici per la riforma dello stato, promotore nel 1925 del manifesto degli intellettuali fascisti, organizzatore dell’Enciclopedia italiana, è attaccato dai fascisti intransigenti che gli rimproveravano, tra l’altro, la tarda adesione al fascismo e la sua non partecipazione alla rivoluzione vittoriosa, un elemento della polemica antigentiliana che non verrà mai meno e che sarà portata avanti anche dai giovani fascisti dei Guf. In questa fase Gentile ebbe una sponda presso i revisionisti di Bottai con il quale egli era in buoni rapporti, ma al momento del delitto Matteotti, pur dimettendosi dal governo, il filosofo non si schierò con quanti spingevano per una normalizzazione e non prese particolari posizioni di condanna.
La Conciliazione, nonostante le posizioni da sempre antigentiliane del mondo cattolico, non rappresenta secondo la Tarquini la sconfitta definitiva del filosofo e la vittoria del conservatorismo cattolico. La crisi del neoidealismo ha, a suo parere, ben altre motivazioni e questo ben altro si concretizzerà con la coalizione antigentiliana di diversi soggetti: i giovani che sviluppano un loro antigentilianesimo permesso e guidato da Mussolini, giovani che insistevano sulla preminenza della prassi politica rispetto al’ideologia; gli intellettuali, molti dei quali antigentiliani da sempre, e altri convertitisi all’antigentilianesimo e soprattutto il partito. Il Pnf di Starace è il principale avversario del filosofo ed è Starace che insistendo sul ruolo preminente del partito sullo stato, riesce gradualmente ma inesorabilmente ad isolare la componente neoidealistica, accentuando l’aspetto attivistico della dottrina fascista.
Alla sconfitta di Gentile e della sua filosofia, scrive la Tarquini, contribuì pesantemente anche Bottai, che dalla metà degli anni trenta portò avanti una “politica totalitaria che teneva insieme gentiliani e antigentiliani”.
Negli ultimi anni del regime fascista quindi a segnare la parziale sconfitta del filosofo sono alcune iniziative tutte facenti capo al Pnf e a Bottai: e tutte caratterizzate da antigentilianesimo: la trasformazione, voluta da Starace, dell’Istituto fascista di cultura in Istituto di cultura fascista che, al di là del gioco di parole, indica una scelta ben precisa per chi dovesse gestire la cultura, la Carta della scuola di Bottai che cambiava radicalmente il progetto di Gentile, il Dizionario di politica del Pnf, in opposizione alla sistematizzazione culturale dell’’Enciclopedia italiana, la Scuola di mistica fascista.
La ricostruzione di tutte queste vicende, evidentemente niente affatto semplice, ma esposta in modo lineare e chiaro, è condotta non solo attraverso quello che i protagonisti, giovani, intellettuali, professori universitari, politici scrivevano su ciò che era o avrebbe potuto essere il fascismo, ma usando in modo molto intelligente fonti private. Basta l’elenco degli archivi privati consultati, più di dieci, per dare un’idea dell’intreccio tra pubblico e privato che emerge da questo materiale e di come la Tarquini è riuscita in questo modo ad arricchire la sua ricerca. Quanto alle fonti archivistiche ufficiali un ulteriore pregio del lavoro è non aver usato se non in casi particolari il ricco materiale proveniente dal fondo Polizia politica dell’Archivio centrale dello stato; un fondo come è noto, a volte utile ma da usare con molta circospezione. Proprio da questo vero e proprio lavoro “di scavo” sulle carte private permette alla Tarquini di far emergere non solo la parte intellettuale dei protagonisti ma anche, direi, la loro “umanità”, a volte la loro piccineria e inconsistenza umana, comprese le rivalità per questioni accademiche, ma anche tristi voltafaccia rispetto al maestro. Fino al paradosso, e così anticipiamo le conclusioni della Tarquini, che i più acerrimi nemici del filosofo, tenacemente fascisti, all’indomani della guerra, e dopo la uccisione di Gentile, rivendicarono, proprio in nome della loro ostilità al filosofo, posizioni antifasciste, quando invece, e questo dal lavoro viene fuori in modo lampante, la loro posizione antigentiliana si basava proprio su di una diversa concezione del fascismo.
Come tutti i lavori importanti, anche Il Gentile dei fascisti pone dei problemi sui quali speriamo l’autrice tornerà in futuro con altri contributi. Per accennarne solo alcuni basti pensare al ruolo determinante del dibattito sui compiti della scuola che attraversa l’intero periodo del regime o anche al ruolo di Mussolini rispetto alle polemiche antigentiliane e, infine, al problema rappresentato dall’egemonia del pensiero gentiliano, soprattutto in campo pedagogico nel secondo dopoguerra.
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