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Studiare a Firenze, Antonio Raschi

Antonio Raschi, una laurea in Agraria nel 1979, attualmente direttore dell'Istituto di Biometeorologia e Presidente dell'area della ricerca CNR di Firenze partecipa al talk “Ma a che serve studiare?” in programma il 16 aprile alle 17.30 in Aula magna, appuntamento nell’ambito della “Settimana dell’Università”.

 Partiamo dal titolo del talk: a cosa le è servita l’Università?

A cavarmela. Ho imparato che se ce la facevano gli altri potevo farcela anch'io, e non era un messaggio che mi era stato trasmesso a casa, né al liceo. In quegli anni ho imparato che c'è sempre tutto da imparare (anche se non l'ho appreso all'università in senso stretto). Ho imparato cos'è l'embolismo xilematico, e poi, molti anni dopo,  ci ho fatto ricerca per 15 anni.

Quale docente ricorda con più piacere e quale invece continua ad abitare i suoi incubi?

Questo non lo dico, a quelli che ricordo con piacere l'ho detto personalmente.

Cosa faceva al di fuori dello studio?

Lavoravo stagionalmente al teatro comunale, come comparsa e qualche volta come macchinista. Qui ho un aneddoto. Durante un volantinaggio sindacale riuscii a dare il volantino al questore, al prefetto e al ministro dello spettacolo (a quel tempo c'era). Due carabinieri mi caricarono in macchina, mi portarono via (con altri due colleghi), il volantinaggio era perfettamente legale, ma a quell'epoca si usava così. I lavoratori del teatro scesero in sciopero, la diretta televisiva stava saltando. Due dirigenti vennero a recuperarci e ci portarono di peso in scena, l'opera iniziò con 20 minuti di ritardo. Comunque, alla stagione successiva, Luca Ronconi si portò le comparse da Milano.

C’è un luogo universitario a cui si sente più legato?

Sicuramente Piazza San Marco, quasi tutte le facoltà erano lì intorno, prima o poi ci passava il mondo e poi il cinema Universale, ci ho visto tutto Fellini, tutto Kubrick, tutto Visconti, Kurosawa. Davano questi cicli di film intellettualissimi, ci ho visto dei vecchi film di Ozu. E' ricordato solo per le nuvole di fumo e per uno che una volta ci entrò in Vespa, ma era anche altro.

Mi dice un film, un libro o una canzone che associa agli anni universitari?

Film: i primi due film di Nanni Moretti, ottima rappresentazione della mia generazione. Libro: l'orario ferroviario. Dava corpo al desiderio di viaggiare. Parlavamo sempre di viaggi, eravamo forse la prima generazione che poteva viaggiare davvero. Ed era tutto sicuro, con i mezzi pubblici si arrivava in India, si attraversava il Sahara, si girava tutto il medio oriente (vacci ora). Ma mancavano le informazioni, si partiva e non si sapeva bene cosa si sarebbe trovato, soprattutto si ignoravano gli orari dei mezzi, e le guide turistiche per i paesi extraeuropei erano poche e difficili da trovare. Quando trovavo un orario internazionale della Cook (lo avevano solo le agenzie di viaggi) era prezioso.

Qual è stato il momento più difficile della vita universitaria?

I primi mesi dopo il liceo, avevo un sacco di tempo libero e non sapevo che farne. E quando, con la tesi già pronta, fui respinto più volte all'ultimo esame.

Quale consiglio darebbe agli studenti di oggi?

Di godersi ogni momento. E' la loro vita, unica e irripetibile, e di fidarsi di se stessi. E di approfittare di tutte le occasioni offerte dalla tecnologia per informarsi, internet noi non lo avevamo.

Cosa le ha lasciato l'Università?

Ho scoperto, facendo la tesi, che la ricerca era una cosa bellissima e poi: il diploma di laurea, il “pezzo di carta”, il titolo di “dott.” Assolutamente necessario in questo Paese, ma anche altrove.

 

 

 

 
ultimo aggiornamento: 14-Apr-2015
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