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Studiare a Firenze, Franco Salvagnini

Franco Salvagnini, 54 anni, fiorentino, una laurea in Chimica e tecnologia farmaceutica conseguita nell’87, attualmente coordina lo sviluppo dei progetti nei siti produttivi europei di Menarini ( come “manifacturing project manager”). Giovedì 16 aprile, alle 17.30, in Aula magna, interviene all’incontro “Ma a che serve studiare?”, appuntamento della “Settimana dell’Università”.

Partiamo dal titolo dell’incontro: “Ma a che serve studiare”?
Principalmente ad acquisire un metodo con il quale affrontare i vari problemi che si riscontrano nella realtà delle cose. Grazie agli anni di studio, al di là delle conoscenze specifiche, ho acquisito un approccio che utilizzo nel mio lavoro e cerco di trasferire a chi collabora con me. L’Università è poi una sfida continua con se stessi che prepara a superare gli esami della vita.

Un’istantanea della sua vita universitaria?
La prima immagine che associo a quegli anni è legata al cortile della Facoltà di Chimica in via Capponi. All’epoca eravamo pochi e questo ci consentiva di fare gruppo più facilmente. Prima e dopo gli esami eravamo soliti ritrovarci sotto un tiglio per confrontarci, farci coraggio e condividere gioie e dolori che ci riservavano quelle prove.

L’impatto con l’Università com’è stato?
Il primo esame fu quasi traumatico. Assieme ai miei colleghi affrontammo, in maniera un po’ incosciente,  Chimica generale e inorganica. Eravamo acerbi e ne pagammo subito le conseguenze. Al professor Bettini ci volle poco per mandare in crisi le nostre sicurezze. Per noi il colpo fu particolarmente duro. La lezione però ci servì a crescere, a formarci, ad argomentare le nostre posizioni. A trovare appunto un metodo.

Alla luce di questa esperienza, che messaggio sente di voler dare ai ragazzi che frequentano l’Università oggi?
Di reagire davanti alle difficoltà. Occorre perseverare se si è convinti del percorso che si è intrapreso. A tutti consiglierei anche di cercare il confronto con gli altri. Io penso che lavorare in gruppo sia molto utile per lo studio, così come in ambito professionale.

Oltre allo studio, riusciva a coltivare altre passioni?
Ho giocato a calcio nel Porta Romana e poi nello Scandicci. Lo sport è stato per me una valvola di sfogo e mi ha permesso di avere anche un minimo di indipendenza economica.
 
Ci racconta qualche episodio curioso dei suoi trascorsi universitari?
Le lezioni cominciavano sempre molto presto e non sempre riuscivamo ad arrivare puntuali. Nell’aula “Ugo Schiff” del Dipartimento di Chimica ogni passo corrispondeva a un cigolìo. Chi arrivava in ritardo si faceva sentire e veniva fulminato con lo sguardo dal docente che teneva lezione. A volte preferivamo proprio non entrare …

C’è qualche periodo di quando era studente a cui sente di essere particolarmente legato?
Sono affezionato a tutti quegli anni. Forse però il periodo più divertente è stato quello in cui ho preparato la tesi. Con i miei colleghi eravamo molto uniti e quel momento fu favorevole per lavorare in gruppo. Ci fermavamo a lungo nei laboratori.  A volte abbiamo anche cucinato lì, anche se era vietato …

 
ultimo aggiornamento: 14-Apr-2015
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