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Studiare a Firenze, Claudia Fusani

Claudia Fusani, fiorentina, giornalista, firma ventennale de “La Repubblica”, poi a “L’Unità”, una laurea in Lettere (Letteratura italiana), interverrà all’incontro “Ma a cosa serve studiare?”, in programma il 16 aprile alle 17.30 in Aula magna, appuntamento in calendario nell’ambito della “Settimana dell’Università”.

Che ricordo hai del periodo universitario?
Ho frequentato l’Università in un periodo contrassegnato dal disimpegno e dal “grande freddo”. Niente a che vedere con il decennio precedente che era stato caratterizzato da una più vivace partecipazione studentesca. Il mio percorso universitario è stato piuttosto frastagliato. Ho cominciato l’Università nell’81. Quasi contemporaneamente ho intrapreso le prime collaborazioni con “La Città” e “Firenze la sera”. Nel 1988 fui chiamata da “La Repubblica”, che aveva aperto la redazione fiorentina, e fui assorbita completamente dal lavoro. Lo studio passò inesorabilmente in secondo piano.

E come sei riuscita a laurearti con una professione così totalizzante?
Mi mancavano due esami e non li facevo mai. Il penultimo l’ho sostenuto perché altrimenti rischiavo che non mi riconoscessero gli altri, mentre quello conclusivo lo associo a uno scoop che feci nel pieno del processo Pacciani quando fui l’unica in tribunale a riconoscere l’autore de “Il silenzio degli innocenti” Thomas Harris. Siamo tra il 1992 e 1993. Per la tesi passarono diversi altri anni. Era il 2006, lavoravo nella redazione romana de “La Repubblica” quando, avendo molte ferie arretrate, decisi di affrontare l’ultimo atto del mio percorso universitario. L'argomento della tesi mi era stato assegnato da tempo, intorno al 1994, dalla professoressa Nozzoli all'epoca assistente del l'indimenticabile professor Giorgio Luti. Dodici anni dopo l'ho ritrovata lì dove l'ho incontrata la prima volta: sulla scheda dei titoli di tesi assegnati ma dimenticati. Irene Brin , madre del giornalismo di costume e di moda, figura straordinaria che nessuno fino ad allora aveva studiato in maniera approfondita, mi aspettava. E quello fu senza dubbio un segnale. Ho condotto le mie ricerche in biblioteca, ma ho raccolto documenti e materiali inediti anche in alcune case d’epoca a Roma di una bellezza straordinaria. Ho discusso la tesi nel 2007 e da quel lavoro ne è scaturita una pubblicazione “Mille Mariù. Vita di Irene Brin” di cui vado molto orgogliosa. Erano i giorni della fusione Ds-Margherita…

Ad ogni “evento” universitario associ un fatto di cronaca! Quando è nata la passione per il giornalismo?
Molto presto. Mio padre mi leggeva il giornale la domenica e mi ha trasmesso così la voglia di conoscere le cose e di volerlo fare mentre stanno succedendo.

Tornando agli anni universitari fiorentini c’è un luogo a cui sei più legata?
Senza dubbio Piazza Brunelleschi.  E poi via Laura, la sede della Facoltà di Giurisprudenza dove andavamo ogni giorno. Via Laura-piazza Brunelleschi era il letto di un fiume a corrente alternata di una generazione universitaria arrivata subito dopo la grande energia della protesta e che mal si adattava al grande freddo dei momenti che arrivano sempre "dopo"

Un esame memorabile del tuo percorso universitario.
Ricordo come un incubo un seminario su “La dichiarazione dei redditi nel Medioevo” nel corso di Storia Medioevale di Franco Cardini.

Che messaggio daresti agli universitari di oggi?
Di studiare. Assecondando le loro passioni.

Hai qualche rimpianto legato ai trascorsi universitari?
Forse non dovrei dirlo, ma col senno di poi mi sarei iscritta a Giurisprudenza. Occupandomi di giudiziaria nel mio mestiere ho imparato la bellezza del diritto, della retorica, della capacità cioè di tenere un discorso seguendo l’obbligo della consequenzialità logica. E dire che da studentessa avevo terrore a parlare in pubblico …

 
ultimo aggiornamento: 16-Apr-2015
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