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Studiare a Firenze, Giorgio Giovannetti

Giorgio Giovannetti, 52 anni, saggista e giornalista parlamentare, interverrà all’incontro “Ma a cosa serve studiare?”, in programma il 16 aprile alle 17.30 in Aula magna, appuntamento in calendario nell’ambito della “Settimana dell’Università”.

Perché hai scelto Scienze politiche?
Volevo fare il giornalista e mi sembrava la formazione migliore. In famiglia avrebbero preferito Giurisprudenza o Economia. Vista la mia determinazione, alla fine, mio padre disse che se proprio doveva essere Scienze politiche, allora doveva essere Firenze.

Perché a tuo avviso?
La Cesare Alfieri godeva di un grande prestigio. Era considerata la scuola dell’élite intellettuale laica che aveva forgiato diplomatici, politici, giornalisti. Montanelli e Pertini per fare due nomi. E poi in quegli anni Spadolini era Presidente del Consiglio e spesso ricordava la sua esperienza universitaria.

Che ricordo hai dei tuoi trascorsi da studente fiorentino?
Sono stati anni esaltanti, e non solo perché avevo 20 anni. Per una fortunata serie di circostanze negli anni Ottanta alla Cesare Alfieri abbiamo avuto la possibilità di vedere, studiare e capire alcuni passaggi della storia italiana con coloro che vi partecipavano da protagonisti. Penso alla modifica del Concordato con Margiotta Broglio, alle vicende istituzionali raccontate da Silvano Tosi, ai rapporti internazionali in una stagione di profondi cambiamenti analizzate da Di Nolfo, fino ad arrivare al decreto di San Valentino.

Quello con cui il governo Craxi decise di bloccare la scala mobile?
Si, certo. Una decisione rilevante con effetti economici, istituzionali e politici e visto che sanciva la divisione tra socialisti e comunisti. L’economista ispiratore di quel decreto era Ezio Tarantelli che da noi insegnava Politica economica. Il giorno dopo il decreto, Tarantelli era in facoltà. In sala professori incrociò Lotti, Tosi, Arfè. I 4 iniziarono a parlare del decreto. La discussione, grazie ad alcuni di noi, complice il custode Alfio, si spostò in Aula 1. Ne venne fuori una delle lezioni più appassionati a cui abbia assistito. I 4, ciascuno dal proprio punto di vista si confrontavano di contenuti, scenari, prospettive. In modo franco e tutto davanti a noi studenti. Questa è stata per me la Cesare Alfieri.

Ricordi qualche aneddoto legato alla tua esperienza universitaria?
Silvano Tosi mi propose di laurearmi con lui. Capitava una volta ogni due anni che prendesse qualcuno per chiedergli di “frequentare l’Istituto”. Per me era una straordinaria opportunità. Lavorai diligentemente alla tesi sulla riforma della Presidenza del Consiglio. A 3 mesi dalla discussione incontrai per caso mio relatore. Era appena uscito da una sessione di laurea ed era molto perplesso.

Cos’era successo?
Era contrariato perché era stata definita una tesi “sperimentale” solo perché conteneva dieci interviste. Chi si laurea in Costituzionale non potrà mai fare una tesi “sperimentale”, disse, ma mentre lo diceva un guizzo gli attraversò lo guardo e disse: lei farà una tesi sperimentale. Un sorriso di testa sottolineò l’affermazione, e a me un brivido attraversava la schiena
Rimasi annichilito. A nulla valsero le mie rimostranze: avevo quasi finito la tesi e non avevo bisogno di punti per migliorare la media. Mi disse di andare a Roma, alla Camera, dove mi avrebbe aspettato un suo amico, per attuare la “sperimentazione”.
Il lunedì successivo ero a Montecitorio. Mi accolse gentilissimo e stranamente divertito il vice segretario generale della Camera dei deputati. Mi portò in aula e vicino al banco del governo estrasse dalla tasca un righello e mi invitò a misurare la distanza che separa il banco del Presidente del consiglio da quello dei ministri. I 7 centimetri “misuravano” il “primus”, inter pares.
Finita la rilevazione mi chiese se dovevo fare altre verifiche empiriche e si interessò ai metodi di studio e di sperimentazione adottati alla Cesare Alfieri. Tornato a Firenze, annotai la misura nella introduzione. Durante la discussione della tesi nessuno mi chiese nulla della verifica empirica, ma immagino che in facoltà dei metodi “sperimentali” adottati per la mia tesi se ne parlò. Antonio Cassese che era in commissione, mi fermò dopo la discussione per sapere se era tutto vero e se anche l’alto funzionario della Camera si era prestato a quella che sorridendo definì “una zingarata”.

Qual è stato il momento più difficile della tua carriera universitaria?
Subito dopo la laurea. Mentre ero militare Tosi improvvisamente morì. Avevo progettato il mio futuro tra giornalismo e università. Di colpo perdevo il mio punto di riferimento. Non potevo che aspettare e dovevo reinventarmi il futuro. Non furono giorni semplici.

Che messaggio vuoi dare ai ragazzi che frequentano oggi l’Università?
Cito  Erasmo: “Stupitevi, divertitevi” e … non mollate mai!.

 
ultimo aggiornamento: 16-Apr-2015
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