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Il movimento a fisarmonica degli Appennini

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Per milioni di anni l’evoluzione tettonica dell’Italia centrale e meridionale è stata guidata da un doppio movimento coordinato: da un lato la progressiva apertura del bacino tirrenico e dall’altro il raccorciamento crostale che ha prodotto la formazione della catena appenninica. Tuttavia, le evidenze geologiche indicano che circa due milioni di anni fa l’apertura del Tirreno si è sostanzialmente arrestata e il raccorciamento crostale ha subito un drastico rallentamento. Nonostante ciò, gli Appennini continuano a mostrare una costante attività sismica, deformazioni orizzontali e sollevamenti lungo l’asse della catena.

A spiegare cosa alimenti oggi questi movimenti interviene uno studio guidato dall’Ateneo fiorentino, pubblicato su Nature Communications Earth & Environment con il titolo “Lower-crustal unzipping drives active orogenic deformation” (https://doi.org/10.1038/s43247-026-04021-w), che ha coinvolto anche le Università di Roma La Sapienza, Pisa e Palermo, l’Istituto di Geoscienze e Georisorse del CNR, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e l’Istituto di Scienze del Mare (ICM-CSIC) di Barcellona.

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