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Nella saliva la nostra impronta digitale
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Nella saliva la nostra impronta digitale

La nostra saliva costituisce una sorta di impronta digitale e in futuro potrebbe essere utilizzata per la diagnosi delle malattie. E’ la prospettiva aperta da un recente studio pubblicato sul Journal of Proteome Research, rivista dell’American Chemical Society, a cura di ricercatori del Centro di Risonanze Magnetiche (CERM) dell’Università di Firenze – guidati da Paola Turano, professore associato di Chimica generale e inorganica – insieme a studiosi dell’Università Graz, guidati da Kurt Zatloukal (“Individual Human Metabolic Phenotype Analyzed by 1H NMR of Saliva Samples” DOI: 10.1021/acs.jproteome.5b01060).

La pubblicazione si inserisce all’interno dei tentativi di ricerca per scoprire procedure diagnostiche meno invasive per i pazienti, oltre che più rapide e meno costose. Il team ha messo alla prova l’ipotesi che nella saliva si possano identificare dei marcatori di malattia, come già accade nelle urine.

I ricercatori hanno raccolto e analizzato più volte al giorno, con la risonanza magnetica nucleare, campioni di saliva di 23 volontari sani per 10 giorni consecutivi. “L’analisi – spiega Paola Turano - ha riguardato le piccole molecole, i metaboliti, presenti nella saliva, capaci di restituirci il fenotipo, l'insieme di tutte le caratteristiche manifestate da un organismo vivente, cioè l’impronta chimica propria di ogni persona, legata sia alla genetica dell’individuo sia al modo in cui esso interagisce con l’ambiente”.

“Abbiamo dimostrato per la prima volta – prosegue Turano – che gli individui possiedono una loro ‘impronta digitale’ nella saliva. Sebbene sia necessaria una ricerca più a lungo termine, la scoperta suggerisce che l’identificazione di cambiamenti a livello del fenotipo potrebbe un giorno essere un modo affidabile per individuare l’insorgenza di malattie”. Dallo studio comparativo con campioni di urina, fra l’altro, è emerso che il fenotipo dell’individuo ricavato dalla saliva cambia in conseguenza di variazioni di dieta in misura minore rispetto a quanto non avvenga per il fenotipo ricavato dalle urine.

La ricerca è stata realizzata anche grazie al supporto economico dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, del progetto Europeo COSMOS, del Christian Doppler Laboratory for Biospecimen and Biobanking Technologies di Graz e della Fondazione Veronesi. Fra gli autori italiani Claudio Luchinat, professore di Chimica generale e inorganica presso l’Ateneo e responsabile italiano del progetto COSMOS, Antonio Mazzoleni e Leonardo Tenori, rispettivamente laureando di Chimica nell’Ateneo e borsista della Fondazione Veronesi. (ddb)

 
ultimo aggiornamento: 17-Mag-2016
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