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I segreti del vulcano. Pubblicato su Nature Communications studio sulle colate laviche di Stromboli
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I segreti del vulcano. Pubblicato su Nature Communications studio sulle colate laviche di Stromboli

E’ in attività da due millenni e quasi ininterrottamente “borbotta”. Ogni ora, o anche meno, è pronto ad affascinare gli isolani o i turisti con le sue spettacolari esplosioni, visibili a poca distanza in relativa sicurezza. Ma questa attività, cosiddetta “ordinaria”, che gli ha valso l’appellativo di “Faro del Mediterraneo”, talvolta lascia spazio a vere proprie crisi eruttive, caratterizzate da esplosioni molto più violente o colate laviche, le cui immagini fanno il giro del mondo. E’ il vulcano Stromboli, nelle isole Eolie, che s’innalza in altezza oltre i 900 metri e raggiunge una profondità compresa tra i 1300 e i 2400 m al di sotto del livello del mare.

Dal 2002, a Stromboli lavorano i giovani ricercatori del Laboratorio di Geofisica Sperimentale, struttura di ricerca del Dipartimento di Scienze della Terra. Sorvegliano con un monitoraggio quotidiano l’attività eruttiva – il Laboratorio è Centro di competenza della Protezione Civile – e ne studiano le dinamiche per la mitigazione del rischio vulcanico.

Il frutto delle loro ricerche - coordinate da Maurizio Ripepe, ricercatore di Geofisica della terra solida - è stato recentemente pubblicato su Nature Communications (“Volcano seismicity and ground deformation unveil the gravity-driven magma discharge dynamics of a volcanic eruption” DOI: 10.1038/ncomms7998) e segna un punto di novità rilevante in questo settore. “Finora la comunità scientifica – spiega Ripepe - reputava che le colate di lava fossero alimentate dal magma profondo (7-10 km di profondità), che periodicamente, invece di risalire nel cratere principale, si incanalava verso le bocche laterali, fuoriuscendo lungo le pendici non abitate del vulcano (Sciara del Fuoco) fino al mare. Confrontando dati geofisici, che vanno dalla deformazione del suolo al monitoraggio termico e sismico – prosegue Ripepe - abbiamo, invece, concluso che gran parte del magma eruttato è in larga parte già presente nella parte alta del vulcano: la sua effusione è guidata, dunque, dall’azione della gravità e sarà tanto più violenta quanto più bassa è la posizione della bocca eruttiva. Per cui le fasi iniziali saranno quelle più forti quando il carico del magma sopra la bocca effusiva è maggiore, per poi diminuire d’intensità, come un serbatoio che si svuota progressivamente dal basso perdendo pressione”.

Il modello sulla dinamica delle colate di lava è stato elaborato applicandolo al’eruzione avvenuta a Stromboli nel 2007, quando il vulcano riversò all’esterno circa 8 milioni di metri cubi di lava in 34 giorni.

“La comprensione della dinamica effusiva – specifica Marco Pistolesi, uno degli autori della ricerca, cui ha partecipato anche l’Istituto Nazionale di Ottica del CNR – ha importanti ricadute anche in termini di protezione civile. Alle crisi eruttive, infatti, si associano talvolta deformazioni del vulcano, crolli di versante che finendo in mare possono creare onde di tsunami che interessano parte delle coste della Sicilia e della Calabria, come avvenuto ad esempio nel 2002. Secondo il modello da noi elaborato, – continua Pistolesi - il rischio frana è più alto subito prima dell’inizio della colata e immediatamente dopo il suo inizio, quando la pressione del magma è massima”.

Il Laboratorio di Geofisica Sperimentale dell’Ateneo fiorentino si occupa da anni anche della sorveglianza di vulcani di tutto il mondo (Islanda, Ecuador, Argentina, Giappone, Cile), della dinamica delle valanghe (Italia, Svizzera, Austria, Norvegia e Groenlandia) e dei problemi legati alla microzonazione sismica.(ddb)

 
ultimo aggiornamento: 26-Ago-2015
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